venerdì 19 febbraio 2016

Una madre migliore

Il periodo delle pagelle mi piace.
Ovvio, siamo ancora alle elementari. Può darsi che andando avanti, con il crescere delle difficoltà e i mutamenti di carattere e di umore, non sia più così, ma per ora questi bimbi mi regalano grandi soddisfazioni. Non parlo tanto dei numeri che, certo, sono importanti, quanto dei giudizi che gli insegnanti danno dei miei figli. È sempre emozionante confrontarsi con un adulto che ha uno sguardo diverso dal tuo, non viziato dall'amore. I meriti che i bambini hanno agli occhi di un insegnante se li sono guadagnati con le loro forze.
Ieri sera Diego aveva mal di testa, e ha chiesto di poter dormire nel lettone.
Sull'onda del recente colloquio con le maestre, tra un massaggio e un abbraccio gli ho detto:
"Sai, Diego, è veramente bello essere la tua mamma. Sono così fiera di te, sei un bambino davvero speciale. Scusami se a volte non so essere alla tua altezza"
"In che senso? Perché?"
"Perché tu sei un bambino così bravo che a volte mi viene da pensare che meriteresti la mamma migliore del mondo"
"E cosa dovresti fare per essere migliore di così?"
"Non so, forse dovrei capirti di più, fare più cose con te... È che sei così bravo!"
"Non mi dire così, non mi piace! Anche a scuola, tutti a dirmi che sono bravo, ma io non voglio. Perché tutti devono dire 'tu sei in questo modo, tu sei questo...'? Perché devo dirmi cosa sono?"
"Hai ragione Diego, ho sbagliato. Non bisognerebbe mai mettere etichette sulle persone. Ecco un esempio di una situazione in cui avrei potuto essere una madre migliore".


giovedì 5 novembre 2015

Amore fraterno e altre delizie

Diego, hai compiuto 10 anni (due cifre!) e io non ho scritto niente per celebrare quel giorno. Anna, hai compiuto 8 anni e io - idem - ho saltato l'augurio ufficiale.
Ma ieri hai perso un canino, Diego, e adesso è rimasto solo un ultimo dentino da latte. Dopodiché, credo, la tua infanzia in senso stretto dovrà dirsi conclusa. Mi aggrappo a quel dentino superstite con tutte le mie forze, perché ammetto di non essere pronta. 
Avoglia, in tutti questi 10+8 anni, a ripetermi che non potevo perdermi neppure un minuto di voi, che dovevo imprimermi bene nella mente ogni passaggio, che avevo la necessità - l'urgenza - di trattenere tutte le sensazioni che provavo per poterle rievocare negli anni a venire. Il tempo passa, ineluttabilmente, e voi per fortuna crescete, ma io rimango indietro. Perché mi piace questa vostra lingua che ancora inciampa e arrotonda le consonanti. Mi piace camminare tenendovi per mano. Mi piace sbaciucchiarvi a piacimento, soprattutto al mattino, ancora caldi e arrendevoli.
Che tenerezza, piccola Anna, quando l'altro giorno, a una festa, sei corsa da me con un accenno di pianto perché ti avevano ingiustamente eliminata da un gioco. Non so dirti perché mi ha colpito tanto quella tua richiesta di consolazione, ma così te la racconto, come l'ho vissuta, perché forse un giorno questo episodio avrà per te un'eco che ancora io non so definire.

Poi ci sono momenti in cui penso di non potercela fare. Lo so che ormai siete grandi, ed è inevitabile che parlando con altri bambini vengano fuori argomenti scabrosi. L'altro giorno vi sentivo che ne parlavate e io ho temuto che veniste da me a pretendere la verità. Ammetto che mi sono nascosta vigliaccamente nella mia camera, sperando che nel frattempo arrivasse vostro padre, per poter dire "Chiedetelo a lui". 
Per fortuna poi ve la siete sbrigata da soli: "Io non ci credo, quest'anno la lettera a Babbo Natale non la scrivo." "Non preoccuparti, Diego, i regali per te li chiedo io nella mia!"

E che tenera, oggi, questa conversazione all'uscita da scuola.
Diego: "Mamma, sono stato eletto vicerappresentate!"
Io: "Ma dai! Che bello!"
D. "Be' mi dispiace un po' di non essere stato eletto come rappresentate, ma sono felice lo stesso..."
Anna: "E come mai non sei stato eletto?"
D: "Eh! Perché la maggioranza ha votato M."
A: "Dimmi chi è che non ti ha votato, che lo schianto."





lunedì 14 settembre 2015

Taglie al personale

Dai, pensavo peggio. L'ultimo post risale "solo" a gennaio, quindi ricade nel 2015.
Quali sono le ragioni di questo silenzio? E soprattuto, il silenzio deve avere una ragione? In un mondo perfetto, uno dovrebbe stare zitto finché non ha qualcosa da dire (più o meno, lo pensava anche Wittgenstein).
C'è di nuovo che ho compiuto quarant'anni. Quaranta. 40.

In latino si scrive XL... La mia vita ha raggiunto una taglia Extra Large.

In effetti, nel viaggio fin qui ho caricato a bordo un bel po' di roba, ed è normale che mi ritrovi un po' appesantita sui fianchi.
Dovrò decidermi a buttare via quei jeans. E poi ci sono cose riposte in armadi ancora più polverosi, cose nelle quali non rientrerò mai più ed è inutile che mi ostini a tenerle lì in attesa. Perché una vita Small ormai è solo un ricordo, tanto vale fare qualche buco in più alla cintura e cercare di stare comodamente dentro questa.
Però ho deciso che non voglio fare bilanci, né liste di inutili buoni propositi, e neppure post lacrimosi su quant'è bella giovinezza che si fugge tuttavia.
Volevo solo rassicurare tutti i miei fanz: precariamamma c'è ancora. È ancora discretamente precaria e decisamente mamma.
Però negli ultimi mesi ne sono capitate di cose, e qui provo a fare un rapido riassunto a beneficio dei miei biografi.
Prima di tutto - e soprattutto - un anno fa circa, ho visto in faccia la Bestia.
La Bestia è un mostro mitologico che alberga dentro di noi, o almeno dentro di me, e qualche volta spande il suo alito mefitico, qualche volta grugnisce e ruggisce e terrorizza.
Era lì da anni. Ne sentivo la presenza già da bambina, si è nutrita di tutte le mie angosce, ha aspettato pazientemente il momento giusto e poi è uscita allo scoperto appena ha colto una breccia nel mio autocontrollo.
La Bestia sottrae, è il senza, è l'assenza di senso. Anche se è nata e cresciuta dentro di me, quando ha deciso di attaccare non l'ho riconosciuta subito, mi pareva una forza esterna e invincibile, contro la quale non servivano a niente le armature e gli scudi.
Ho combattuto contro la Bestia ed è stata durissima, per la verità, perché il suo potere consiste soprattutto nell'insinuarti il dubbio che non valga la pena di lottare. Non ti uccide mica, la Bestia. Si limita a svuotarti, ti rende vividamente l'immagine di te ridotto a pezzo di legno sputato dalla marea.
E quindi, per un po' non ho scritto su questo blog perché ero molto impegnata in questa lotta.
Non ero da sola, per fortuna. Avevo accanto mio marito, i miei figli, la mia famiglia, i miei amici, i miei gatti, il mio lavoro, il tennis, il Natale, la primavera... Così la Bestia non è riuscita a crescere come avrebbe voluto, e non è diventata una Brutta Bestia.
Dopo è iniziata la fase di ricostruzione, e anche questa è stata piuttosto impegnativa.
Per prima cosa, ho smesso di lavorare da casa. Perché è nella solitudine che la Bestia si prepara, affila gli artigli, sparge il suo veleno piano piano, impercettibilmente.
Ho preso una scrivania in affitto e ho lavorato in coworking per diversi mesi.
Questo ha significato prepararsi un po' più in fretta al mattino, scegliere gli orecchini e le scarpe, correre per portare i bimbi a scuola e arrivare sempre sul suono della campanella, aspettare un treno, passare davanti alle vetrine e confrontare i prezzi, entrare nei negozi e compare qualcosa, aprire un portone, salutare, condividere qualche momento di chiacchiera, ascoltare il brusio del lavoro altrui, lavorare a testa bassa, poi correre per non arrivare in ritardo a prendere i bambini. Questa normalità per me era meravigliosa, vivificante e salvifica. In questa normalità sono diventata un po' più forte.
Poi sono arrivate altre novità lavorative, soddisfazioni e gratificazioni.
La Bestia e tutti gli altri mostri sono stati costretti alla ritirata. Ma per mesi non ho avuto il coraggio di parlarne qui. Perché temevo che, evocandola, lei si risvegliasse.
Ora lavoro in un'agenzia, ho una scrivania, una scatolina di caramelle balsamiche, un blocchetto di post-it, un indirizzo email. È subentrata un'altra routine, altre chiacchiere, altri stimoli, un po' di pace. Una pace precaria e circoscritta, ma che assomiglia un po' di più alla vita vera.
Ora sono serena, perché sono riuscita a domare la Bestia. Ancora un po' mi spaventa, perché so che è lì acquatta, ed è imprevedibile, ma nel mio cinturone Extra Large ho caricato tante munizioni, e ogni giorno lavoro per tenerle pulite e in ordine, pronte all'uso se mai ce ne fosse nuovamente bisogno. Qualche volta avverto il suo mormorio sommesso, so che potrebbe cogliere la prima occasione per balzare all'attacco. Devo stare sempre in guardia, lì nel mio laboratorio segreto, per mantenere attivo il siero che la tiene assopita. Devo pesare e ripesare i fluidi, rendere inoffensivi gli elementi negativi, custodire e nutrire quelli positivi, fare in modo che si combinino e bilancino.
E quindi può darsi che ogni tanto mi vediate qui, con il mio camice da scienziato pazzo taglia XL.











giovedì 15 gennaio 2015

Spett.le Renzi, le scrivo perché...

C'era una volta una giovane donna al pedice della sua carriera. Dopo anni di studi, successi e gratificazioni, si era ritrovata a lavorare in un call center. Lei, che al telefono si sentiva a disagio perfino con sua madre...
Come unica via di scampo e di rivalsa, pensò di aprire la partita Iva e proporsi dunque come libera professionista nel rutilante mondo dell'editoria e della comunicazione.
Il primo anno fatturò circa 300 euro. 
Ma non perché ne aveva evasi 99.700. Aveva guadagnato solo quelli, proprio. 
Poi andò un pochino meglio. Poi molto meglio. Poi un pochino peggio. Poi molto peggio. Poi così così.
Nel frattempo cambiavano i governi, cambiavano le leggi, e cambiavano le partite Iva.
Siccome era una precaria D.O.C. e aveva passato tutti i contratti possibili (interinale, determinato, co.co.co, co.co.pro., ritenuta d'acconto) attraversò anche tutti i regimi fiscali: i primi minimi con ritenuta al 20%, i secondi minimi senza ritenuta, la partita Iva con Iva e, dulcis in fundo, i nuovi minimi.
Ovvio che aveva le idee un po' confuse, ma di una cosa aveva ormai la certezza: i giuslavoristi era meglio se andavano a fare i tecnici del gas, che magari così risolvevano qualche problema a qualcuno ed erano più felici. Tanta amarezza era suscitata dal pensiero che, anche con l'ennesima riforma, i pesci piccoli, ma proprio piccoli, diciamo i plancton come lei, non avevano scampo.
E allora pensò: "Mo' ce lo spiego io come funziona, che magari loro parlano di ritenute, aliquote, massimali, deduzioni, detrazioni, esoneri, ma perdono un po' di vista la realtà delle cose."
Dunque, armata di fiero sdegno si mise al computer e scrisse:
"Cari legislatori,
premetto che io non sono una di quelle a cui fanno schifo le tasse. A me le tasse piacciono. Quando devo fatturare sono felicissima, perché vuol dire che ho guadagnato, e niente è più estraneo da me quanto il pensiero di evadere o eludere. Io amo le tasse, perché credo nello Stato sociale e nelle virtù di una società solidale.
Detto questo, vi volevo dire pure un'altra cosa. Se uno ha un reddito di 10 mila euro all'anno voi non gli potete chiedere 3000 euro tra tasse e contributi previdenziali. Non è morale. Non è sostenibile. Tutto qui. Pensateci. Se fossero 10 mila euro al mese (perché c'è chi li guadagna, nevvero?) allora sì che gli puoi (gli devi!) chiedere cotanto esborso. Ma 10 mila euro all'anno significa che quando arriva il momento di pagare le tasse, quei 3000 euro non li hai. Li hai già spesi per le rate della macchina, la mensa dei bambini, le scarpe, le cipolle, gli spazzolini da denti. Se volete ve lo spiego io come potrebbe funzionare un fisco più equo, uno Stato più equo. Non è difficile. Si riassume tutto in una formuletta: Da ciascuno secondo le sue possibilità, a ciascuno secondo il suo bisogno.
Su, non agitatevi. Non è una cosa da comunisti! Si tratta semplicemente di applicare il buon senso e - magari - lo spirito costituzionale. Altrimenti possiamo sostituire la Costituzione con una Constatazione amichevole, dove riportiamo senza troppi preamboli come stanno andando realmente le cose:



Distinti saluti ecc"


mercoledì 17 dicembre 2014

Una buffa vita a buffet

Sono stati giorni di silenzio. Giorni difficili, tosti, faticosi.
Giorni durante i quali mi sono concessa il lusso di pensare. Non tutti quei pensieri sono belli, e di molti non posso e non voglio parlare pubblicamente. Ma da tutto questo rimuginare è venuto fuori un ritratto di me che non avevo ancora messo a fuoco, e che vi propongo come spunto di comune riflessione. 
Io sono, fondamentalmente, una persona infarinata, non del tutto impastata né lievitata.
Mi spiego.
Che cosa faccio di lavoro? Diciamo che scrivo "cose" per bambini, ok. Ma non sono una scrittrice full time, e non sono poi così esperta di letteratura per ragazzi. Ho lacune mostruose che potrebbero fortemente imbarazzarmi in una conversazione con lettori più scafati. Insomma, sono una scrittrice più-o-meno.
Sono circa una copywriter, ma non proprio, diciamo approssimativamente, un po' autodidatta, una copy più-o-meno.
Sono una redattrice, ma insomma... la mia carriera in redazione è finita prima ancora di cominciare. Sono una redattrice più-o-meno.
Nei lavori che faccio sono più-o-meno junior e più-o-meno senior.
Nella vita?
Ho scritto e leggo fumetti, ma non ho una conoscenza davvero completa di questo pianeta. Sono una nerd più-o-meno.
Mi sono occupata a lungo di politica, e ora mi impegno un po' sindacalmente, ma fondamentalmente sono ignorante, o comunque non raggiungo livelli di competenza e consapevolezza e coinvolgimento che riscontro in persone più ferrate di me su molti argomenti. Sono una politicante/sindacalista più-o-meno.
Mi  piace il cinema, ma non chiedetemi la filmografia completa di un regista o di citare un film norvegese. Sono una cinefila più-o-meno.
Amo l'arte, ma mica so tutto tutto. Anzi, so poco poco. Sono un'appassionata d'arte più-o-meno.
Mi sono occupata di fotografia, ne ho ricavato perfino una tesi di laurea, ma non sono un'esperta e men che meno una brava fotografa. Sono una fotoamatrice più-o-meno
Gioco a tennis, ma a un livello di puro dilettantismo (che confina con la totale goffaggine) e non conosco praticamente nulla del mondo che gravita intorno a questo sport. Sono una tennista più-o-meno.
Mi piace cucinare, mi cimento anche con cose raffinate, tipo la pasta madre, ma in pratica non sono mai andata molto oltre il livello "Ricette di Suor Germana" da cui sono partita. Sono una cuoca più-o-meno.
Mi piace il verde, ho un terrazzo e tante piante d'appartamento che - però - non sopravvivono grazie a me, quanto piuttosto nonostante me. Sono un pollice verde più-o-meno.
Mi interesso di ecologia, ma non sono un guru e neppure troppo coerente. Sono un'ecologista più-o-meno.
Ho lavorato in una radio, ho perfino studiato e prodotto ricerche su questo media, ma mica poi così seriamente e non certo da farne una professione. Sono una radioamatrice più-o-meno.
So qualcosina di filosofia, scienze, storia, ma - come si dice - "a macchia di leopardo". Ne so più-o-meno.
Mi piace la logica e mi diverto con indovinelli ed enigmi, ma non sono certo una mente eccelsa. Sono un'enigmista più-o-meno.
Da bambina ricamavo, cucivo e facevo pure all'uncinetto. Più grande, ho passato la fase del bricolage. Per un certo periodo ho perfino dipinto miniature per giochi di ruolo, pur non avendo mai giocato neppure una volta... Ho una manualità più-o-meno.
Insomma, davanti alla grande tavola imbandita della vita io non mi siedo, non affronto un piatto fino ad averlo consumato completamente, ma spizzico, assaggio, spilucco. Una vita a buffet.
E invece ho una grande ammirazione per le persone che coltivano un interesse, che lo coltivano davvero. Ci sono quelli che piantano un solo seme e ottengono un albero frondoso. Alcuni (pochi) piantano diversi semi e ottengono un bosco. Alcuni (pochissimi) ottengono una foresta. 
Io mi fermo sempre al fuscello. Semino, semino, semino, ma poi non irrigo, non concimo. Non coltivo alberi né boschi, né tanto meno foreste, e ne ricavo al massimo un praticello, con qualche chiazza spoglia e qualche buca.
C'è chi ha una passione, chi ha una missione, chi ha una fissazione, io ho una certa confusione.
Perché? È un bene? È un male? È indole, pigrizia, mancanza di tempo o di vero interesse, curiosità famelica? E qual è il distinzione tra "persona piena di interessi" e "persona incapace di approfondire un interesse"?
Boh. Però come faccio il caffè io non lo fa nessuno.
E voi, in che cosa eccellete? Qual è l'argomento che conoscete a menadito?







martedì 28 ottobre 2014

A volte loro mi portano all'esasperazione, a volte ce li porto io

Diego: "Cosa c'è per cena?"
Io: "Pasta e ceci..."
D.: "Come?! Noooo! Non mi piace!"
Io: "Lo so, ma tu sai che non si possono mangiare sempre le stesse cose, e la sana alimentazione bla bla, variare la dieta bla bla bla, i legumi bla bla bla".
D.: "Ma non mi piace!"
Io: "Insomma, non farmi arrabbiare! Bisogna sforzarsi di mangiare un po' di tutto, mica te la faccio tutte le sere! Mangiane almeno un po'!"
D.: "Ma mi fa schifo!"
Io: "Ti metto pochi ceci!"
D.: "Non la voglio!"
Io: "Ti rendi conto che è un capriccio? Fino a poco tempo fa la mangiavi!"
D.: "Visto che è un capriccio, per punizione non mi puoi mandare a letto senza cena?!"






mercoledì 15 ottobre 2014

Una separazione difficile

Io li conoscevo, sapevo com'erano fatti, e in un certo senso speravo che sarebbe finita così.
Certo, avrei preferito che andasse diversamente.
Invece alla fine è stato lui a prendere la decisione. Lei non ne avrebbe mai avuto il coraggio. La loro unione durava da così tanti anni, avevano così tante cose in comune. Lei rimaneva tenacemente aggrappata al ricordo di com'erano stati, quando erano giovani. Allora avevano le stesse passioni, un'identica missione, una comune speranza. Avevano condiviso progetti per il futuro, progetti ambiziosi per i quali si sentivano pronti a tutto. Avevano creduto che - insieme - niente avrebbe potuto fermarli. Avrebbero dato la scalata al cielo.
Quando la loro relazione era appena nata, lui era un altro.
Poi, certo, il tempo passa. Lei sembrava l'unica a non accorgersi di come lui era cambiato. Dov'erano finiti quegli occhi chiari che aveva all'inizio, quel fuoco che gli ardeva dentro? Era diventato pesante, sembrava aver completamente dimenticato i sogni di un tempo, guardava altrove.
Poi iniziarono i tradimenti. E, ancora, lei sembrava l'unica a non accorgersene.
Certo, lui stava bene attento a giocare sempre sull'ambiguità: non si nascondeva, ma era riuscito quasi a farle credere che quello fosse l'unico modo per restare insieme. Lui continuava ad aver bisogno di lei, non voleva e non poteva rompere definitivamente. Troppo comodo poter chiedere il suo aiuto nei momenti di difficoltà, averla al suo fianco quando si sentiva vacillare.
E lei? Lei si ostinava in quella relazione senza speranza. Non era cambiata anche lei, dopotutto? Si era appesantita anche lei, nel placido benessere del loro rapporto: i sacrifici dei primi tempi sembravano lontani, tutto pareva raccogliersi nel ritmo rassicurante della routine.
Ma era solo un'illusione. In quella routine, lui non c'era già più e lei da sola si sarebbe ben presto trovata davanti al baratro.
Eppure, a parte qualche breve litigio, lei non aveva il coraggio di dire basta.
Finché, alla fine, non l'ha fatto lui. Nel più brutale dei modi. 
Le ha gettato addosso, pubblicamente, tutto il suo disprezzo. L'ha beffeggiata, l'ha umiliata davanti a tutti.
Chissà se lei ha capito? Chissà se si rende conto che, in fondo, lui le ha fatto un regalo. Perché adesso forse lei potrà tornare a essere quella di un tempo. Senza quel compagno che le gravava il fianco, lei forse potrà ritrovare l'audacia, la rabbia, la speranza. 
Io voglio crederlo.
Voglio credere che lo sciopero di domani sia il primo segnale, e che finalmente la CGIL abbia capito che il matrimonio con il PD è stato un fallimento. Ci voleva Renzi, che le ha sbattuto la porta in faccia. Ci voleva il trauma di una lacerazione. E spero che la CGIL colga l'occasione per tornare a essere un sindacato degno di questo nome. Che ricominci a lottare, che riprenda la scalata al cielo. Anche da sola.
Io domani, in piazza, ci sarò!